Storia dell'Autoritratto e del Selfie

Albrecht Durer |3

Albrecht Dürer · Autoritratto con cuscino e studio di una mano · 1492 · Metropolitan Museum of Art · New York

Albrecht Dürer · Autoritratto con cuscino e studio di una mano · 1492 · Metropolitan Museum of Art · New York

Prima ancora che nella sua mano, prima ancora che nel suo spirito, l’arte di Dürer è nel suo occhio: in quel suo occhio infaticabile, sempre aperto sullo spettacolo della natura nel grande e nel piccolo, ugualmente acuto nell’afferrare la struttura di un paesaggio o nel misurare le proporzioni di un corpo umano quanto nel distinguere filo per filo le erbe di una zolla o pelo per pelo la pelliccia di un animale. Roberto Salvini · La pittura tedesca 


Norimberga, 20 dicembre anno domini 1525 

Mio caro Willibald, come sai, questa laboriosa città di artigiani e officine mi appartiene come le ruote dentate al meccanismo di un orologio: il ritmo della vita qui a Norimberga è preciso, onesto, industrioso. Umanisti e astronomi, matematici e geografi, hanno nutrito la mia fame di sapere; mentre gli orafi, gli argentieri, i fabbricanti di armature e serrature, gli orologiai e gli stampatori mi hanno svelato i segreti delle tecniche. Eppure c’è stato un tempo in cui ho pensato che l’ordinato alveare di Norimberga non fosse abbastanza grande per i miei desideri di conoscenza. Le immagini che arrivavano dall’Italia mi dicevano che Oltralpe gli artisti possedevano un arcano, quello delle misure del mondo e delle membra umane, chiamato prospettiva e anatomia. La smania mi tormentava l’anima: spendevo ore e ore a indagare i dettagli della natura come un fabbro i meccanismi di una serratura; disegnavo i fili d’erba di tarassaco, le ali di una quaglia, gli infiniti peli di un coniglio, ma più addentravo lo sguardo nei particolari, più mi sfuggiva il sistema che tutti quei dettagli tiene insieme. Ero frastornato dalla molteplicità della vita e con arrogante superbia ho osato pensare di poter ricondurre a un’unità il suo continuo mutare. Dopo averle indagate, dopo averle sentite respirare sotto il mio bulino, io sapevo ormai che tutte le cose erano segretamente unite, ma non trovavo la formula alchemica che le aveva fuse nel crogiolo del mondo. Alla fine sono partito per Venezia. Che città diversa dall’ordinata, retta e laboriosa Norimberga! Dappertutto c’è movimento, disordine, odori e colori. Fui colpito dal gran numero di prostitute, merci, abiti e razze diverse. Ma, soprattutto, dal fatto che a Venezia gli artisti conducevano vita da signori, così diversa dalla considerazione di onesti artigiani in cui siamo tenuti qui. Fui preso da una peccaminosa ebbrezza di libertà; lì potevo arricciare i miei lunghi capelli biondi senza essere mal giudicato come a Norimberga e curavo il mio aspetto senza sentire su di me la disapprovazione per un atteggiamento considerato poco virile. Fra gli artisti italiani c’era una gran rivalità e io ho subito capito che non avrei cavato da alcuno di essi la formula segreta della divina proporzione. Ma in quel primo viaggio ho potuto comunque vedere opere che non avevo nemmeno immaginato, soprattutto di mano di Giovanni Bellini. Quando tornai a Venezia per la seconda volta, nel 1506, ero diventato il pittore preferito del nostro amato Federico di Sassonia e mi presentavo nuovamente in quella città orgogliosa con la spavalderia che proprio lì mi avevano insegnato. Il vecchio Bellini era ancora un leone, ma c’era un gruppo di giovani, fra cui un cadorino di nome Tiziano e un altro che chiamavano Giorgione, che era pronto a sbranarselo e sgomitava per prendere il posto del grande «patriarca». Bellini, da signore qual era, venne a farmi visita e comprò un mio lavoro, ma per il resto stavo ben attento a non mangiare e bere con gli altri pittori: temevo infatti di essere avvelenato. Quando però, dopo soli cinque mesi, ho portato sull’altare di San Bartolomeo la pala con la Madonna del Rosario, si sono zittiti anche quelli che ancora dicevano che ero buono solo per il bulino e che non sapevo trattare i colori. Così, a 34 anni, ero il più grande artista tedesco e Raffaello mi mandava i suoi disegni in cambio delle mie incisioni. Alla fine, caro Willibald, sono entrato in possesso di quei segreti. Ma ecco, adesso so che la menzogna è nella nostra intelligenza; l’oscurità è così fermamente radicata nella mente umana che la nostra affannosa ricerca non potrà che fallire. A trent’anni credevo di poter definire la bellezza universale attraverso il compasso e la squadra, i numeri e le proporzioni; ma a quaranta ho inciso la Melanconia che, sconfitta, ha abbandonato a terra gli strumenti per misurare e costruire. Ora so che la verità di ciò che vive viene rivelata dalla vita stessa della natura: bisogna osservarla diligentemente, non abbandonarla illudendosi di far meglio da soli poiché l’arte è nella natura e viene da Dio. E forse Dio, nella sua immensa saggezza, mi ha già punito. Il travaso di bile nera che anni fa mi ha colpito alla milza continua a deprimermi l’umore e mi porta a soffrire di melanconia. Ho accumulato ricchezze e fama e tuttavia non ho ancora smesso di tormentarmi sul senso di questa vita: come il cavaliere solitario che ho inciso, impavido miles christianus, procedo insidiato dal tempo e dal demonio. Erasmo da Rotterdam mi è stato di aiuto in questo percorso, ma egli, come i cattolici di Roma, crede nel libero arbitrio. Non fa per me. Preferisco Lutero. Ora ho finalmente capito che l’arte di ben dipingere, come la grazia, dipende dalle cose infuse dall’alto. Ho cominciato a vedere naturae nativam faciem e sono almeno giunto a comprendere che questa semplicità è anche il fine ultimo dell’arte, la quale ha ragione d’essere se è indirizzata a onorare il Signore. Ma cosa sia la Bellezza, questo ancora io non lo so. Albrecht Dürer · Lettera a Willibald Pirkheimer

.post-shadow

This site is protected by wp-copyrightpro.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: