Storia dell'Autoritratto e del Selfie

Paolo Uccello

Paolo Uccello · Autoritratto · 1452 ca · Da Cinque maestri del Rinascimento fiorentino · Louvre · Paris

Paolo Uccello · Autoritratto · 1452 ca · Da Cinque maestri del Rinascimento fiorentino · Louvre · Paris


Giovanni Pascoli · Poemi italici

Paulo Ucello

In prima come Paulo dipintore fiorentino s’invogliò d’un monachino
o ciuffolotto e non poté comprarlo e allora lo dipinse.

Di buona ora tornato all’abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quelli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;

nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: E` un fraticino di San Marco.

Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva

.Paolo di Dono (Paolo Uccello) · Cinque maestri del Rinascimento fiorentino · 1452 ca · Louvre · Paris

Paolo Uccello · Cinque maestri del Rinascimento fiorentino · 1452 ca · Louvre · Paris

Amò Paolo, sebbene era persona stratta, la virtù degli artefici suoi; e perché ne rimanesse ai posteri memoria, ritrasse di sua mano in una tavola lunga, cinque uomini segnalati, e la teneva in casa per memoria loro: l’uno era Giotto pittore, per il lume e principio dell’arte; Filippo di ser Brunelleschi il secondo per l’architettura; Donatello per la scultura; e se stesso per la prospettiva ed animali, e per la matematica Antonio Manetti suo amico, col quale conferiva assai e ragionava delle cose di Euclide. Lavorò in San Miniato in Monte fuor di Fiorenza un chiostro, di verde terra e parte colorito con la vita de’ Santi Padri; et in quegli non osservò molta unione di far d’un solo colore, come si debbono fare le storie, delle quali fece i campi azzurri, le città di color rosso, e gli edifici mescolò secondo che gli parve, perché le cose che si fingono di pietra non possono né debbono essere tinte d’altro colore. Dicesi che, mentre Paulo lavorava questa opra, uno abbate ch’era allora in quel luogo gli faceva mangiar molto formaggio. Per il che essendogli venuto a noia, deliberò Paulo, come timido ch’egli era, di non venire a l’opera per lavorarci piú. Laonde, fatto cercare dallo abbate, quando sentiva domandarsi da’ frati, non voleva mai essere in casa; e se per avventura alcune coppie di quello ordine scontrava per Fiorenza, si dava a correre quanto piú poteva da essi fuggendo. Per il che due di loro piú curiosi e piú giovani di lui, lo raggiunsero un giorno e gli domandarono per qual cagione egli non tornava a finire l’opra a ‘l monistero e perché, veggendo frati, si fuggisse da quegli, Paulo rispose loro: Voi m’avete ruinato, che non solo fuggo da voi, ma non posso ancora praticare né passare dove siano legnaiuoli, e di tutto è stato cagione la poca discrezione dello abate vostro il quale, fra torte e minestre, mi ha fatto mettere in corpo tanto formaggio, che io ho paura grandissima, essendo già tutto cacio, di non esser messo in opra per mastice. E se piú oltre continuassi, non sarei piú forse Paulo, ma Cacio. I frati si partirono da lui con risa grandissime, e conferito ogni cosa allo abate, per farlo tornare a ‘l lavoro, gli ordinarono altra vita che di formaggio. Lasciò di sé una figliuola che sapeva disegnare e la moglie, la quale soleva dire che tutta la notte Paulo stava nello scrittoio per trovare i termini della prospettiva, e mentre ch’ella a dormire lo invitava egli le diceva: O che dolce cosa è questa prospettiva! Giorgio Vasari · Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e  architetti italiani

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