Storia dell'Autoritratto e del Selfie

Raffaello Sanzio

Raffaello Sanzio · Autoritratto · 1504 ca · Ashmolean Museum · Oxford

Raffaello Sanzio · Autoritratto · 1504 ca · Ashmolean Museum · Oxford

Nella Settimana Santa del 1520, Raffaello capisce il lato oscuro dell’Essere. Ha visto sempre luce, che ha dipinto. Luce di immemorabili pomeriggi estivi, come nello Sposalizio della Vergine, con il ceruleo-verde del cielo che si espande come fumo iridescente, su basse colline e giovani querce. Luce d’ingegno, o di salvezza, luce ferrea e calma che fa tornare tutti i conti, come nella Scuola di Atene, con l’ombra sul volto di Michelangelo, ombra di soli immensi, fermi e distributori omogenei di certezze. Luce di temporale, ma luce, perfino adesso, da poco, nella Trasfigurazione, con lo spot che perfora il piombo e i nuvoloni, e con l’odore di zolfo che si impregna nella tunica di Cristo. L’unico dubbio, lo ricorda bene, gli ha trafitto la mente ai tempi della Liberazione di san Pietro, che, in quel momento, è stata una scommessa da scavezzacollo. Scommessa da ragazzo. Scommesse che si fanno quando tutto è facile, e ci si misura con le difficoltà estreme per dimostrare a se stessi che non si è poi tanto umani, e che tutto, tutto può essere superato. Il ragionamento è nato infatti così: poiché il mondo è luce, bisogna misurarsi col buio, per padroneggiarlo e vincerlo. Flavio Caroli · Trentasette. Il mistero del genio adolescente

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